Cosa faremo da grandi?

Da piccola volevo fare la veterinaria, o la biologa marina, o l’archeologa.

Inutile dire che crescendo non ho fatto assolutamente nulla che potesse rendermi una veterinaria, né una biologa marina, né tanto meno un’archeologa.

Non vorrei mai dover incontrare la me bambina e spiegarle che no, non lavoro in alcun modo con gli animali, né con le antiche civiltà Egizie, che studio marketing, e che no tesoro, non te lo so davvero spiegare cosa il marketing sia, ma ti posso assicurare che proprio gli animali non c’entrano, mi dispiace.

Non ricordo quale sia stato il momento esatto e preciso in cui ho accantonato l’idea di fare la veterinaria, ma ricordo cosa mi veniva detto: “guarda che poi gli animali li vedi anche soffrire”.

La presa di coscienza diventa inevitabile. Gli animali soffrono. E io, veterinaria in erba, sono una delle cause della loro sofferenza. Il pensiero mi devasta. Il mondo mi ha corrotta. Io non sarò mai una veterinaria.

E non sarò mai neanche una biologa marina, né un’archeologa, né un’istruttrice cinofila, o un caporale dell’esercito, e neanche un’attrice, o una pilota di Formula 1. Non sarò niente di tutto ciò che da piccola pensavo che sarei diventata. La verità, forse, è che crescendo, più che capire cosa fare ho capito solo ciò che sicuramente non avrei fatto.

Quale sarà il momento in cui smetteremo di chiederci cosa faremo da grandi e capiremo che siamo già grandi, e che stiamo già facendo qualcosa? Qual è il momento giusto per smettere di sognare di fare l’astronauta?

Io, dalla fase “cosa farò da grande?”, non ne sono mai uscita. Negli anni ho guardato attraverso ogni porta che, una dopo l’altra, si è chiusa, senza mai arrivare alla porta in cui effettivamente sarei entrata. Non ho mai preso una strada che fosse una ed una soltanto, mentre attorno a me tutti sembravano andare dritti come treni verso il resto della loro vita.

Mio padre mi dice sempre: “non smettere mai di chiederti cosa farai da grande, anche a sessant’anni, quando hai fatto qualcosa per tutta la vita, chiediti ancora, cosa farai da grande?”.

E forse è bello così, starsene nella fase in cui puoi ancora chiederti cosa farai da grande, quando è ancora tutto in potenza, e per quante porte si siano chiuse ce ne sono ancora tante altre in cui non hai neanche sbirciato.

Ma quanto è difficile elaborare il lutto di tutte le versioni di noi che esistevano in potenza e che pian piano smettono di esistere? Quanto è difficile gestire lo scollamento tra la persona che pensavamo che saremmo diventati e quella che invece stiamo diventando?

Forse è che passiamo così tanto tempo a chiederci cosa faremo che abbiamo dimenticato di chiederci chi saremo.

Saremo bravi genitori? Saremo di quelle persone che si prendono troppo sul serio, che girano in un macchinone tutti imbalsamati? Saremo sempre amici delle persone con cui siamo cresciuti? Organizzeremo ancora grandi cene? Riusciremo a prenderci un cane che non ci faccia allergia? Saremo più tipi da casa in città col balcone o più tipi da casa in periferia col giardino?

Saremo qualcuno di cui, i noi bambini, sarebbero fieri, anche se alla fine non siamo diventati veterinari?

Se potessimo tornare indietro, lo rifaremmo?

Possiamo ancora dire di voler essere qualsiasi cosa.

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